(Ácoma  #20, September 2000)

Attica: un anniversario di morte
Bruce Jackson

* Bruce Jackson è Distinguished Professor di Cultura americana alla State University of New York a Buffalo e direttore del C entro Universitario di Studi sulla Cultura Americana. È autore di ventidue libri, la maggior parte dei quali trattano di giustizia penale o studi culturali. Tra questi sono: The World Observed: Reflections on the Fieldwork Process (con Edward D. Ives, 1996), Disorderly Conduct (1992), Law and Disorder: Criminal Justice in America (1985), Death Row (con Diane Christian, 1980), In The Life: Versions of the Criminal Experience (1972), Wake Up Dead Man: Afro-American Worksongs from Texas Prisons (1972), e A Thief’s Primer (1969).

(La traduzione è di Mattia Costa)
 
 

Il 13 settembre 1971, la famigerata polizia dello stato di New York massacrò trentanove uomini nel cortile D della prigione di Attica. Tre anni più tardi, venne intentata una causa per violazione dei diritti civili contro la polizia dello Stato e gli agenti della polizia carceraria per le atrocità commesse dopo la carneficina. Per ragioni probabilmente chiare solo agli avvocati e ai giudici del processo, la vertenza intentata contro quattro poliziotti non ebbe inizio che vent’anni dopo. Il processo si svolse nella corte federale di Buffalo, presieduta dal giudice John T. Elfvin, tra la metà dell’ottobre 1991 e il 4 febbraio 1992. Karl Pfeil, l’allora assistente vice direttore di Attica, fu considerato colpevole; la giuria sospese la maggior parte delle restanti imputazioni. Dal momento che lo stato di New York avrebbe in ogni caso indennizzato tutti i dipendenti e pagato per tutti i danni, si ritenne non essere necessario procedere con nuovi processi sulle accuse ancora pendenti: per i querelanti il verdetto contro almeno uno degli imputati era sufficiente per aprire il processo che avrebbe deciso sull’entità del risarcimento danni.

Per mettere in piedi il processo, gli avvocati e il giudice Elfvin impiegarono cinque anni, durante i quali morirono alcuni tra i principali querelanti (inclusi Akilal-Jundi in nome del quale era stata aperta la causa, e Herbert X. Blyden). Il giudice Elfvin decise di aprire due procedimenti separati per risarcimento danni, uno per un caso speciale, l’altro per i casi ordinari. Il senso di questa mossa stava nell’assunto che se le giurie si fossero rifiutate di stimare i danni, tutto sarebbe finito in una bolla di sapone e se invece esse avessero valutato il risarcimento, questo sarebbe stato il limite massimo entro il quale ci si sarebbe accordati con lo Stato.

La giuria "speciale" assegnò 4 milioni di dollari, quella "ordinaria" 75.000 dollari. Dopo di che, l’avvocato dello Stato rese noto che lo stato stesso non voleva più negoziare. In seguito al suo ricorso in appello, il 3 agosto 1999 la seconda corte d’appello della città di New York annullò tutto quanto: il verdetto del processo sulle responsabilità dell’accaduto del 1991 e i verdetti dei due processi per il risarcimento danni del 1997. La Corte considerò irregolari le motivazioni della sentenza del giudice Elfvin in merito alle responsabilità, mentre i due processi per il risarcimento danni non potevano essere validi perché Elfvin aveva permesso alle giurie di riesaminare questioni già valutate nel precedente processo, violando così, in base al settimo Emendamento, i diritti di Pfeil.

All’inizio pareva l’ennesimo duro colpo inflitto da un sistema giudiziario che non era mai stato in grado di onorare il proprio nome in questa triste faccenda; invece l’annullamento si mostrò come il primo colpo di fortuna giudiziaria per il migliaio di ex carcerati ancora vivi, torturati dalla polizia dello Stato di New York quasi trent’anni prima.

Cosa accadde ad Attica

La rivolta nel penitenziario di Attica, nella parte settentrionale dello stato di New York, ebbe inizio la mattina di giovedì 9 settembre 1971 e si concluse quattro giorni dopo, sotto i colpi delle armi da fuoco che uccisero 29 detenuti e 10 ostaggi e ferirono 89 persone. Subito dopo la fine della rivolta e per i giorni che seguirono, i detenuti furono malmenati e terrorizzati dalla polizia dello Stato, dalle guardie e dai funzionari della prigione. Negli anni che seguirono, la corte federale e quella dello stato di New York, la polizia dello Stato, l’FBI, diverse commissioni e agenzie cercarono di mettere politicamente e giudiziariamente sotto silenzio le violenze consumate nella prigione di Attica quel piovoso lunedì mattina. Fallirono tutti. Attica resta una ferita aperta.

Nel 1971, ai detenuti di Attica era concesso un rotolo di carta igienica per persona al mese. Potevano fare una doccia alla settimana. Ai musulmani neri non era permessa alcuna cerimonia religiosa e qualsiasi tipo di riunione nel cortile della prigione con più di tre musulmani era punibile con l’isolamento. La maggior parte delle portate sia a pranzo sia a cena includeva carne di maiale. La biblioteca della prigione non possedeva quotidiani, ma alcuni prigionieri si erano abbonati a proprie spese ad alcune riviste, da cui le guardie sistematicamente ritagliavano qualsiasi articolo che trattasse questioni legate ai prigionieri e ai loro diritti.

Il 2 luglio 1971, i detenuti di Attica richiesero al commissario alle carceri Russell G. Oswald, che aveva ricevuto l’incarico solo sei mesi prima, di impegnarsi a risolvere questi problemi, cioè di garantire il rispetto dei diritti e delle garanzie riconosciuti dai tribunali ma capricciosamente e illegalmente negati dalle guardie carcerarie della prigione. Pur essendosi impegnato a incontrare i carcerati per discutere delle loro lamentele, Oswald non trovò mai il tempo per farlo. Il 22 agosto, i prigionieri fecero un digiuno silenzioso in memoria di George Jackson, il rivoluzionario nero ucciso il giorno prima a San Quentin, in California, dalle guardie carcerarie. Non ci fu violenza nella manifestazione di Attica, ma il silenzio e le fasce nere a lutto alle braccia dei detenuti irritarono il sovrintendente Mancusi e il suo staff.

Oswald arrivò ad Attica la mattina del 2 settembre. Incontrò i funzionari della prigione, ma fece ritorno ad Albany, a un’ora di volo, lasciando un messaggio registrato, trasmesso quel pomeriggio attraverso gli altoparlanti della prigione, in cui spiegava di aver dovuto fare ritorno a casa a causa di un malore della moglie. Oswald garantì che sarebbe tornato in un’altra occasione per l’incontro promesso ai carcerati.

Mantenne la promessa ma non nella maniera che ci si sarebbe aspettati. Alle 8,50 di giovedì mattina, 9 settembre, i prigionieri che stavano uscendo dal "blocco A" si aprirono a forza un varco attraverso un cancello chiuso. Immediatamente, l’elaborato sistema di congegni atto a mantenere isolate una dall’altra le quattro parti della prigione, collassò. I detenuti si riversarono nei cortili, occuparono i "blocchi", cioè gli edifici delle celle, invasero la chiesa e le officine. Fecero 38 ostaggi tra le guardie e i civili impiegati nella prigione. Il centro della vita dei carcerati si spostò dalle celle al cortile D. Il tutto accadde in un attimo; non fu mai provato che la rivolta fosse stata premeditata.

Nelle fasi iniziali della rivolta diverse guardie furono picchiate, alcune violentemente. I musulmani neri sistemarono le guardie in circolo nel cortile D, proteggendole con una catena umana intorno a loro. Dopo gli iniziali momenti di violenza, nessun ostaggio fu più toccato, a eccezione di due che furono feriti negli ultimi minuti della rivolta. Durante i quattro giorni della rivolta, i prigionieri controllarono il cortile D, Times Square e due blocchi. Tre prigionieri furono assassinati. Nessuno fu mai condannato per questi assassinii.

I carcerati costituirono un consiglio per negoziare un accordo; alcuni vi furono inclusi per acclamazione, altri furono eletti dai blocchi. Erano giovani: la maggior parte dei membri del consiglio aveva meno di 22 anni. Guardando alle cose da anni di distanza, assomigliavano molto agli altri giovani di allora: fuori della prigione, i movimenti di protesta contro la guerra nel Vietnam si esprimevano in grandi manifestazioni contro la politica del governo. I movimenti contro la guerra provenivano in parte dai movimenti per i diritti civili nel Sud. Il cuore di entrambi questi movimenti erano i giovani.

I carcerati non si fidavano di Oswald, che non aveva mantenuto la promessa di incontrarli. Inoltre, sapevano di un tradimento avvenuto nel novembre precedente nel vicino penitenziario di Auburn, dove i detenuti avevano chiesto il permesso di celebrare la giornata della solidarietà nera. Il sovrintendente aveva negato il permesso. Allora essi fecero un sit-in nel cortile del carcere, nel corso del quale catturarono alcune guardie, impossessandosi delle loro chiavi, dei manganelli e dei megafoni. Tennero la loro commemorazione; quindi, avendo l’amministrazione carceraria promesso che non ci sarebbe stata rappresaglia, rilasciarono le guardie e tornarono pacificamente nelle celle. Le promesse dell’amministrazione furono immediatamente smentite: i detenuti furono picchiati e messi in isolamento e molti furono trasferiti di corsa ad altre prigioni senza gran parte dei propri averi. Quelli che da Auburn erano stati trasferiti ad Attica furono tenuti in isolamento, finché un giudice federale non costrinse il sovrintendente Vincent Mancusi a spostarli nelle celle ordinarie. Furono questi a mettere in guardia i loro compagni dal prendere per buone le promesse degli amministratori carcerari.

Tuttavia, nel cortile D, alcuni credevano che Oswald fosse realmente intenzionato a promuovere cambiamenti e volevano dargliene la possibilità. Ma avevano bisogno di garanzie, così richiesero che un gruppo di osservatori supervisionasse ciò che stava accadendo. Il gruppo di 33 uomini comprendeva Herman Badillo, membro del Congresso; Arthur Eve, membro dell’assemblea dello stato; Tom Wicker, giornalista del "New York Times"; Wiliam Kunstler, avvocato difensore nelle cause per i diritti civili; Clarence Jones, direttore del giornale afroamericano "Amsterdam News" di New York; John Dunne, presidente della Commissione Giustizia del Senato, e rappresentanti dei gruppi politici degli Young Lords, della Fortune Society e delle Pantere Nere.

Nella tarda mattinata di domenica, dopo due giorni di estenuanti trattative tra i detenuti e il commissario Oswald, il governatore Nelson Rockefeller ordinò che la prigione fosse ripresa con la forza. Il Congress man Badillo, certo che ulteriori negoziazioni avrebbero portato a una pacifica conclusione della vicenda e contando sulle ambizioni presidenziali di Rockefeller, lo convinse che le notizie sugli inevitabili feriti che sarebbero state trasmesse nel corso delle cronache pomeridiane delle partite di football si sarebbero rivelate per lui una pessima mossa politica e una pessima pubblicità. Il governatore concesse una breve revoca. Badillo aveva regalato tempo ai prigionieri e agli ostaggi, ma non a sufficienza.

A quel punto, i detenuti avevano sottoposto una lista di 31 richieste, 28 delle quali erano state accettate da Oswald. Come per la lista di richieste del 2 luglio, su molte di esse le corti avevano già dato disposizioni. Una richiesta – l’espatrio in un paese non imperialista per chiunque nel cortile D ne avesse fatto richiesta – molto probabilmente non era presa seriamente in considerazione da nessuna delle due parti. Due altre erano problematiche: l’amnistia per tutti i detenuti del cortile D e l’immediata sostituzione del sovrintendente Mancusi. I carcerati sapevano che Mancusi non poteva essere licenziato o trasferito immediatamente, ma molti degli osservatori ritenevano che essi avrebbero comunque accettato l’impegno di Oswald a prendere seriamente in considerazione questa eventualità.

L’amnistia era il problema chiave, dato che la guardia carceraria William Quinn, seriamente ferito nei primi minuti della rivolta, era morto il sabato mattina, rendendo così tutti i detenuti del cortile D perseguibili per omicidio e quindi soggetti alla pena di morte. (Secondo la legge, chiunque partecipi in un crimine conclusosi con un omicidio è colpevole della morte tanto quanto colui che preme il grilletto o brandisce il coltello o la mazza: l’autista dell’auto di una rapina può ricevere la medesima pena di colui che ha sparato contro i cassieri della banca). I carcerati sapevano che qualcuno avrebbe dovuto pagare per la morte di Quinn ma volevano porre limiti alla potenziale punizione.

Il candidato

La domenica gli osservatori pregarono Rockefeller di recarsi ad Attica per incontrarli. Le trattative erano a un punto morto, anche a causa della crescente sfiducia dei carcerati nei confronti di Oswald. Gli osservatori erano convinti che la presenza di Rockefeller avrebbe convinto i prigionieri a limitare le loro richieste alle 28 già discusse. Rockefeller replicò di avere piena fiducia in Oswald, di non avere alcuna intenzione di concedere amnistie, sospendere Mancusi o traghettare detenuti criminali fuori del paese; per cui non c’era motivo di raggiungere Attica e incontrare gli osservatori o chiunque altro. Queste furono le ragioni ufficiali per le quali Rockefeller non andò ad Attica. Ma ce n’era un’altra, di gran lunga più cogente.

Nel 1971, Nelson Rockefeller si preparava al suo terzo tentativo di strappare a Richard Nixon la nomination repubblicana alle elezioni presidenziali e stava combattendo contro l’accusa di essere un inguaribile liberale mossagli dalla destra del partito. Nella convenzione del 1964, tra le nominations di Nixon del 1960 e del 1968, i repubblicani avevano nominato Barry Goldwater, fischiando Rockefeller per le sue presunte inclinazioni liberali. Nel settembre del 1971 lo staff di Rockefeller era già al lavoro per le primarie del 1972. Gli avvenimenti di Attica erano seguiti dai giornali e dalle televisioni di tutto il paese. Rockefeller non aveva alcuna intenzione di mostrarsi tenero con i criminali, "soft on crime". Per sfatare la leggenda del suo essere liberale Rockefeller fece due cose: fece approvare dallo stato di New York le leggi sulla droga più repressive della nazione e fu inflessibile ad Attica.

Possibile che Nelson Rockefeller fosse così freddo? Alcuni anni fa, Sander Vanocur, per decenni il corrispondente capo da Washington per la CBS e la ABC mi domandò: "Chi pensi che sia l’uomo politico più cinico che io abbia mai incontrato?". Elencai una serie di nomi, ma lui continuò a fare segno di no e alla fine disse: "Rockefeller, Nelson Rockefeller. Nessuno gli si avvicinò mai". Appena prima avevamo parlato di Attica, così chiesi a Vanocur se pensava che Rockefeller avesse potuto permettere la carneficina solo per sue ambizioni politiche. Egli replicò: "Te l’ho appena detto; Nelson Rockfeller era il politico più cinico che io avessi mai incontrato".

Uccidete tutti

La riconquista di Attica, pianificata e comandata dal maggiore John Monahan della polizia di Stato, cominciò alle 9,46 di lunedì 13 settembre 1971. In quel momento, Rockefeller era nella sua tenuta a Pocantico Hills e William Kirwin, capo della polizia dello Stato, era in un motel sul lago George. La polizia eseguì il piano preparato prima che gli ostaggi fossero spostati sui camminamenti della prigione, fino a quel momento occupati solo dai carcerati. Il piano prevedeva di uccidere chiunque si trovasse nei camminamenti sulle mura. Le fotografie e le registrazioni della polizia mostrano come gli ostaggi fossero chiaramente visibili al momento dell’attacco.

Un elicottero della Guardia nazionale lanciò sulla prigione una grande quantità di gas CN e CS. Sono gas molto potenti, per cui non vi fu alcuna resistenza all’attacco. Non appena i gas neutralizzarono detenuti e ostaggi, le truppe dello Stato, le guardie carcerarie, la polizia locale e le guardie dei parchi aprirono il fuoco con fucili da caccia, pistole, mitragliatori Thompson e fucili calibro .270 caricati con pallottole esplosive. Le guardie carcerarie, gli agenti della polizia locale e dei parchi sparavano senza direttive e senza autorizzazione: non dovevano neppure essere presenti durante l’attacco. Dai tetti degli edifici delle celle, i tiratori scelti della polizia di Stato, insieme ad altri, sparavano alla cieca da almeno 150 metri di distanza attraverso una fitta nube di gas.

Poco dopo l’inizio degli spari, un secondo elicottero si portò sopra il cortile intimando attraverso i suoi altoparlanti: "Arrendetevi. Non toccate gli ostaggi. Mani sopra la testa e muovetevi verso il cancello più vicino. Non sarete colpiti". Gli spari continuarono mentre l’annuncio veniva ripetuto e sporadicamente anche dopo che l’elicottero si era allontanato. Se non fosse stato per il sangue e i morti, sarebbe sembrato qualcosa di surreale.

Due ostaggi furono accoltellati al collo; entrambi richiesero dei punti di sutura, anche se le ferite non erano serie. Le ferite potevano essere state intenzionali oppure dovute a spasmi involontari di chi teneva il coltello ed era colpito dai proiettili, ma non si saprà mai perché entrambi furono uccisi. Kenneth Malloy, un detenuto già gravemente ferito, morì quando un soldato gli sparò negli occhi cinque proiettili della sua magnum calibro .357 da trenta centimetri di distanza. James Robinson era immobile e già morente per un proiettile calibro .270 nel petto; un soldato gli sparò a bruciapelo un colpo di fucile nel collo.

Posseggo quattro fotografie del corpo di Robinson scattate dalla polizia di Stato. In una, una sedia è rovesciata sul corpo dell’uomo, probabilmente dove cadde nell’attacco iniziale; un uomo vicino a lui attraversa una grossa pozza di sangue con una pistola nella mano sinistra. In un’altra, la sedia è quasi completamente scostata dal corpo di Robinson. In una terza, in bianco e nero, la sedia non c’è più e un cartellino bianco d’identificazione è stato legato al braccio sinistro di Robinson. Nella quarta fotografia, di nuovo a colori, sotto la mano e il braccio di Robinson è visibile una grossa spada, e la pozza di sangue è più grande che nelle altre tre fotografie. La spada non appare in nessuna delle altre tre foto.

Non è chiaro quanto durò la sparatoria, poiché la videoregistrazione fatta dalla polizia dello Stato fu tagliata e montata prima di arrivare agli inquirenti e gli originali scomparvero anni fa. Nelle ventiquattr’ore che seguirono, centinaia di prigionieri furono feriti dalle guardie e dai soldati con mazze, catene, cacciaviti e altre armi del genere. Durante il processo del 1991, testimoni raccontarono che diversi uomini morirono dissanguati perché il personale della prigione impedì l’intervento dei medici. Le ferite provocate a un prigioniero dai proiettili furono nascoste da un’ingessatura e lo stesso detenuto fu abbandonato in un corridoio buio in modo da non essere trovato dai dottori esterni al carcere e fu scoperto solo alcuni giorni dopo la sparatoria, quando un medico in visita sentì l’odore della ferita in putrefazione. La gamba in cancrena dovette essere amputata. Le guardie carcerarie buttarono giù dalla sedia a rotelle, nel mezzo di un corridoio della prigione, un altro prigioniero che aveva entrambi i femori fracassati dai proiettili, ordinandogli di camminare. Poiché l’uomo non si mosse, una delle guardie gli infilò un cacciavite nell’ano, ordinandogli di strisciare lungo il corridoio.

Quando fu tutto finito, Rockefeller si complimentò pubblicamente con la polizia dello Stato per avere compiuto un "lavoro superbo".

Lo stesso lunedì dell’attacco, e ancora il martedì, i responsabili del Dipartimento delle carceri annunciarono alla stampa che gli ostaggi morti erano stati tutti uccisi dai detenuti, che avevano tagliato loro la gola e, in alcuni casi, i genitali. Il rapporto del martedì diceva che alcuni ostaggi avevano anche ferite da proiettile, tutte provocate dai prigionieri con pistole rudimentali. Questi rapporti furono pubblicati dai giornali dello stato di New York e dal "New York Times" e diffusi dalle agenzie di stampa. Ma i carcerati non avevano nessuna pistola rudimentale e gli agenti lo sapevano. Sapevano anche qualcos’altro, molto più serio, che non fu rivelato fino al martedì quando John F. Edland, patologo della contea di Monroe, annunciò che nessun ostaggio era morto per tagli alla gola e che nessuno era stato evirato. Tutti gli ostaggi morti erano stati uccisi dalle armi usate dalla polizia e dalle guardie carcerarie.

Vi fu un tentativo immediato di screditare Edland. Fu descritto dalla polizia dello Stato come un "radicale di sinistra". Invece il dottor Edland era un elettore registrato per il Partito repubblicano, che descrisse se stesso come un entusiasta ex tenente della marina americana. Dichiarò di avere votato per Barry Goldwater nelle elezioni presidenziali del 1964 e per Richard Nixon in altre tre occasioni. Nel corso dell’anno seguente, la polizia dello Stato fermò l’auto di Edland quaranta volte, sempre per supposte violazioni del codice stradale. Le vessazioni continuarono in misura tale da fargli decidere di lasciare lo stato.

I processi

La rivolta di Attica fu seguita da una lunga serie di processi, udienze, ricorsi e appelli. Vi furono due gran giurì. Il primo si occupò dei crimini dei prigionieri; il secondo delle responsabilità della polizia, delle guardie e di tutti gli altri. Rockefeller affidò l’istruzione del processo per Attica all’Organized Crime Task Force (OCTF, Unità operativa speciale sul crimine organizzato), guidata dal suo vecchio amico, il giudice Robert E. Fischer. Anthony G. Simonetti, collaboratore di Fischer nell’ufficio di Rochester dell’OCTF, fu incaricato delle indagini. Il grosso dello staff di Fischer era composto da investigatori della polizia dello Stato.

La polizia dello stato aveva investigato su se stessa fin dall’inizio: manipolò prove, raccolse le testimonianze dei tiratori, prese (e perse) gran parte delle fotografie autoptiche degli ostaggi, fece la maggior parte delle ricerche per conto del ministro della Giustizia. Le prove del massacro – bossoli, identificazione delle armi, posizione dei corpi, fotografie dei poliziotti che sparano e così via – furono sistematicamente distrutte, perse o mai raccolte. In nessuna delle indagini sui possibili crimini commessi da carcerati si verificò mai una analoga incompetenza.

A sessantadue prigionieri furono imputati 1289 capi d’accusa in 42 procedimenti diversi. Non ne venne fuori quasi nulla. In quattro casi, sette imputati si dichiararono colpevoli in cambio di una riduzione delle imputazioni per il tempo già scontato. Solo cinque casi arrivarono al processo in aula. Due detenuti furono condannati per la morte della guardia William Quinn; gli altri quattro processi si conclusero con altrettanti proscioglimenti. Tutte le altre imputazioni furono fatte cadere.

Malcolm Bell, il pubblico ministero che si occupò dei crimini commessi dalla polizia e dagli altri tutori della legge, dichiarò (e il suo capo Anthony Simonetti convenne) che "almeno sessantacinque o settanta tra i tiratori potevano essere accusati di omicidio, tentato omicidio, comportamento irresponsabile e altri gravi reati". Ma non un soldato, una guardia carceraria, un agente locale o dei parchi fu mai perseguito per omicidio o tortura ad Attica. Anzi, nessun tutore della legge o guardia carceraria fu mai accusato di alcunché in connessione con le violenze di Attica.

Un soldato fu accusato di comportamento irresponsabile, ma il suo caso fu archiviato prima del processo.
Il 31 dicembre 1976, il governatore Carey mise una pietra sopra tutto quanto. Concesse l’amnistia ai carcerati che si erano dichiarati colpevoli. Commutò la sentenza del nativo americano condannato per l’omicidio di William Quinn. Sospese tutte le sanzioni disciplinari a carico dei dipendenti statali coinvolti nella vicenda Attica. Sciolse il gran giurì che stava giudicando i crimini della polizia e delle guardie carcerarie. Mise termine a tutti i procedimenti penali. I detenuti, eccetto due, se l’erano cavata. Così anche la polizia, eccetto in un caso, che non fu mai chiamata a rispondere alle accuse nei suoi confronti. L’ordine di Carey garantì persino che nessun poliziotto avrebbe mai subito sanzioni disciplinari.

Akil

Il più importante procedimento civile legato ad Attica, Al-Jundi et al. versus Rockefeller et al., iniziò nel 1974. I querelanti in questa causa di gruppo per il rispetto dei diritti civili erano i 1281 carcerati presenti nel cortile D la mattina della riconquista di Attica. Gli imputati erano il sovrintendente Mancusi, Karl Pfeil, suo vice, e gli eredi del maggiore della polizia di Stato Monahan e del commissario alle carceri Oswald. Altri imputati negoziarono l’archiviazione del procedimento a loro carico o ne uscirono grazie a cavilli giudiziari. Il vice di Oswald, Walter Dunbar, che subito dopo l’attacco aveva messo in giro la falsa storia che i prigionieri avevano ucciso e castrato gli ostaggi mettendogli poi in bocca i loro stessi genitali, non fu perseguito perché i carcerati non poterono produrre in tempo i documenti necessari al caso. Nelson Rockefeller fu sollevato da ogni responsabilità dal giudice Elfvin per immunità politica. (Elfvin aveva diretto una delle campagne elettorali governatoriali di Rockefeller nella parte settentrionale dello stato di New York. Nel 1969, Rockefeller lo aveva nominato alla Corte Suprema dello Stato.
Fu anche uno dei primi giudici federali di distretto nominati dal presidente Gerald Ford e dal suo vice Nelson Rockefeller).

Durante il processo, il giudice Elfvin creò enormi difficoltà ai querelanti. Ammise un numero limitato di fotografie del cortile D, ma non permise alla giuria di prenderne visione per ragioni, disse, di "economia giudiziaria". La giuria, disse, avrebbe avuto sufficienti opportunità di esaminare le fotografie al momento del giudizio, senza rubare tempo al processo. Quando poi la giuria si ritirò in camera di giudizio, Elfvin decise di non permetterle di visionare le fotografie già ammesse come prova perché, sostenne, avrebbero potuto influenzarli emotivamente. "Qui si tratta proprio di emozioni", gridò in aula un ex detenuto di Attica, "la polizia si è emozionata e ci ha riempiti di piombo". Le prerogative attribuite alla giuria da Elfvin furono molto più ristrette di quanto previsto dalla legge federale.

Decise che non era sufficiente per l’accusa dimostrare che la riconquista di Attica era stato un inutile massacro (durante le testimonianze aveva ordinato ad Arthur O. Eve, membro dell’assemblea legislativa dello stato di New York di non usare la parola "massacro" davanti alla giuria; "Come dovrei chiamarlo?", domandò Eve), o che ai prigionieri furono negate adeguate cure mediche, o che le brutalità continuarono anche molto dopo la ripresa del controllo della prigione. Nulla era sufficiente per dimostrare che i quattro accusati fossero stati incompetenti, irresponsabili o negligenti nell’esecuzione del loro dovere quel lunedì di sangue. Elfvin disse alla giuria che l’accusa doveva dimostrare che gli accusati avevano agito in maniera "sadica" e con "volontaria e deliberata indifferenza" per il male che le loro azioni o non azioni avevano provocato. Un avvocato domandò: "Come possono i giurati riscontrare del sadismo, dal momento che non si vuole che vedano le fotografie che lo mostrano?".

Dopo quasi un mese di camera di giudizio, la giuria giudicò il vice sovrintendente Pfeil passibile di processo, prosciolse il commissario Oswald da uno dei due capi d’imputazione ma mantenne le altre accuse a Oswald, Mancusi e Monahan. Giudicò "crudele e inusuale la punizione" in tre dei quattro casi sotto esame, sebbene il giudice avesse reso tre volte più stringenti i requisiti federali per un caso di questo tipo e avesse aggiunto, nella terza settimana di camera di giudizio, ulteriori sei pagine di specificazioni, rendendo il compito dell’accusa ancora più difficile.

Ma non era ancora finita. Ora che gli uomini brutalizzati dalla polizia dello Stato e dalla polizia carceraria avevano visto riconoscere la responsabilità degli agenti, dovevano ricominciare con una nuova giuria, che determinasse quanto queste responsabilità sarebbero costate allo stato. Vi furono mozioni e contro mozioni. Vi furono incontri per raggiungere un accordo che non portarono mai a nulla. Attraverso intermediari, lo Stato fece sapere ai legali di Al-Jundi che sarebbe stato disposto a pagare 10 milioni di dollari per chiudere la controversia. Gli avvocati replicarono che si poteva discuterne; allora lo stato chiarì che, tutto considerato, non era disposto a fare nessuna offerta.

Il giudice Elfvin annunciò che se non si fosse raggiunto un accordo, avrebbe diviso il caso Akil in quattro processi separati. Ciò non creava problemi alla difesa, finanziata dalle capienti casse dello Stato. L’avvocato difensore della polizia di Stato mi disse: "Possiamo farla durare per sempre". Lui e i suoi colleghi ricevettero dallo Stato più di 3 milioni di dollari per il processo, ma oltre alla parcella ottennero anche uffici gratuiti, investigatori e tutte le trascrizioni degli atti processuali. Gli avvocati dei detenuti non avevano soldi per i loro compensi, per le spese d’ufficio, le trascrizioni degli atti o personale di supporto. Il giudice Elfvin non permetteva loro neppure di fotocopiare gli atti del processo, sebbene fossero stati pagati con denaro pubblico.

Alla fine, nel 1997, Elfvin accettò che due processi per danni seguissero il loro corso. Il 6 giugno 1997, Frank "Big Black" Smith che, oltre ad essere brutalmente picchiato, era stato costretto a restare tutto il pomeriggio sdraiato nudo su un tavolo nel cortile di Attica con una palla da football in equilibrio sul petto e minacciato di castrazione se la palla fosse caduta, si vide riconoscere dalla giuria un indennizzo di 4 milioni di dollari. Più tardi nello stesso mese, David Brosig, un detenuto bianco che aveva subito violenze minori il giorno della riconquista di Attica, fu ricompensato per le sue ferite con 75.000 dollari.

La logica dell’ostruzionismo

La domanda ricorrente su Attica è: perché tutti gli uomini politici succeduti a Rockefeller e a Oswald si rifiutarono di giungere alla chiusura della vicenda? Riesco a capire perché Nelson Rockefeller possa aver accelerato un attacco che uccise un quarto degli ostaggi che avrebbe dovuto salvare. Riesco a capire che l’amministratore carcerario Russell Oswald, un liberal, non abbia voluto che la sua carriera fosse ricordata solo per la strage e le torture di Attica. Capisco anche che i pubblici ministeri e i giudici repubblicani nominati da Rockefeller abbiano voluto proteggerne la carriera politica. Ma perché i successori democratici di Rockefeller, Hugh Carey e Mario Cuomo lasciarono che le cose andassero avanti così? Perché il ministro della Giustizia democratico Robert Abrahms, successore del repubblicano Louis Lefkowitz, lasciò che tutto continuasse? Perché lo stato spese tre milioni di dollari per difendere se stesso nel caso Al-Jundi, quando lo avrebbe potuto chiudere tempo prima con un accordo non molto più costoso? Perché semplicemente non ammisero: "Sì, qualcosa di orribile è accaduto; è stato un errore, non lo abbiamo commesso noi, cerchiamo di fare giustizia?". Perché non lo fanno ora?

Una parte della risposta è che la maggior parte tanto dei burocrati, quanto dei funzionari elettivi condividono la convinzione che il sistema abbia ragione; le sue ragioni sono giuste, anche se chi agisce può essere sciocco o connivente. Quando ricostruiscono il passato, lo razionalizzano, vogliono una storia che non metta sotto accusa la struttura, il sistema. "Quello che è, è giusto", come disse il poeta inglese Alexander Pope; e dedicano enormi energie alla difesa di questa tesi. Quando qualcosa sfida la struttura del sistema, è la sfida stessa che diventa il male da estirpare e non quello che aveva in origine creato le condizioni per la sfida. Infine, e soprattutto, nessuno vuole diventare un bersaglio. Quali che siano le ragioni e i torti, nessun governatore o pubblico ministero dello stato di New York, democratico o repubblicano, è stato disposto a far parte di un accordo che assegnerebbe denaro dello Stato a uomini (per la maggior parte non bianchi) colpevoli di una rivolta.

La fine della corsa

I verdetti furono impugnati perché la corte d’appello valutò che le limitazioni imposte da Elfvin alla giuria nel primo processo fossero indebite e che nel secondo processo fosse inaccettabile la sua decisione di permettere alla giuria di pronunciarsi su questioni già prese in considerazione nel primo. I tre giudici della Circuit Court eccepirono in modo particolare alla letargica conduzione del processo da parte di Elfvin. Essi conclusero: "Per queste ragioni noi annulliamo e rimandiamo. Data la lunga storia di questa controversia, invitiamo la corte distrettuale ad accelerare i tempi. Siamo pronti a esercitare i nostri poteri nell’eventualità di inaccettabili ritardi. Rispettosamente suggeriamo che il giudice capo della corte distrettuale consideri di assegnare il caso al giudice più adatto a risolverlo celermente. Rileviamo che gli accusati in questo caso, che nelle loro funzioni rappresentano lo stato di New York, hanno fatto di tutto – spesso non senza l’accondiscendenza della corte – per dilazionare una soluzione. Tale strategia non può più essere tollerata. La corte distrettuale non deve esitare nell’infliggere le appropriate sanzioni al fine di imporre agli accusati di cooperare nella più rapida soluzione del caso".

Questo è un linguaggio straordinario. La Circuit Court afferma che se i giudici cui è affidato ora il caso non si affrettano a una conclusione, essa stessa ne imporrà una. Dice di averne abbastanza del gioco a nascondino processuale dello stato di New York. Se lo Stato dovesse continuare nel suo gioco, essa incaricherà la corte distrettuale di adottare "sanzioni appropriate". Se Elfvin ha concesso allo stato di New York due decenni di libera uscita, la Circuit Court dice che è ora di chiudere il portone della caserma.

Il caso è ora nelle mani del giudice Michael Telesca, a Rochester. Telesca è tutto ciò che Elfvin non è. Prende decisioni ed è rapido. Non tollera le tattiche dilatorie degli avvocati. La "vecchiaia" del caso imbarazza fortemente la corte federale e Telesca, secondo il parere delle persone che lo conoscono, terrà seriamente in conto la sollecitazione a giungere a una rapida conclusione. Ha già fatto qualcosa che Elfvin non avrebbe mai fatto: premere su entrambe le parti per arrivare a un accordo. Elfvin sembrava essere affezionato al caso, sembrava desiderare che continuasse per sempre. Telesca lo vuole concludere, e in fretta.

Nella improbabile eventualità che lo Stato insista nel tornare a un processo, è difficile che Telesca permetta agli avvocati dello stato di prolungarlo per anni, o che impedisca alla giuria di visionare prove decisive, o che impartisca istruzioni "suicide" alla giuria destinate a essere annullate in appello, o che se ne vada in vacanza nel bel mezzo della camera di consiglio, o che possa ignorare richieste di chiarimento da parte della giuria – come Elfvin fece otto anni fa. Ma perché dovrebbero i nostri attuali governatore e procuratore generale assumersi quei rischi che tutti i loro predecessori cercarono di evitare? Perché, se non lo fanno, per la prima volta hanno a che fare con un giudice disposto a creare loro molti più guai e a farla pagare molto più salata allo Stato. "Non venite a dirmi che non potete permettervi di trovare un accordo", Telesca ha detto agli avvocati. "Non vi potete permettere di non trovare un accordo".

Vuole Pataki essere il governatore che finalmente porterà a una soluzione quel cancro che è Attica o vuole essere il governatore la cui testardaggine porterà i contribuenti dello stato di New York a pagare un conto molto più salato rispetto a quello di un eventuale accordo? Non si può mai essere sicuri delle azioni di un politico, né che la ragione sia la sua guida, ma ci sono buone probabilità che la dolorosa vicenda di Attica stia per concludersi.

Post Scriptum

Nel gennaio del 2000, gli avvocati dello stato di New York e quelli dei detenuti di Attica hanno raggiunto un accordo extragiudiziale: lo Stato verserà otto milioni di dollari ai detenuti e alle loro famiglie e quattro milioni di dollari agli avvocati per le loro parcelle e le spese sostenute nei ventisei anni in cui il caso è stato in discussione.
Per tutta la primavera e l’estate del 2000, il giudice Michael Telesca ha ascoltato le testimonianze di quasi duecento detenuti sulla sparatoria e sulle torture subite durante e dopo il massacro. Il 28 agosto, sedici giorni prima del ventinovesimo anniversario della strage nel cortile D, ha approvato 502 ricorsi e stabilito cinque classi di compensazioni sulla base della gravità delle lesioni e il grado delle sofferenze: rispettivamente, $6.500, $10.000, $31.000 e $125.000 per i detenuti e $25.000 per i parenti di detenuti uccisi dalle forze dell’ordine. La maggior parte dei casi sono rientrati nella categoria da $6.500; solo a quindici sono stati riconosciuti i $150.000.
Si trattava di pagamenti adeguati a compensare quello che tutti questi uomini hanno sofferto in quel sanguinoso lunedì di settembre o le torture subite nei giorni seguenti o il tormento psicologico e il dolore fisico dei decenni successivi? Certo che no.

Il giudice Telesca ne era consapevole e l’ha detto. Niente può compensare queste cose. A confronto della strage e della sofferenza causate, lo Stato di New York se l’è cavata con una cifra ridicola. Prende compensi dieci volte più alti e ci mette molti decenni di meno, chi magari scivola sul pavimento bagnato di un supermercato o si scotta col caffè troppo caldo di un fast food.

È solo un simbolo, cinquecentodue simboli. E di che cosa è simbolica questa cifra insignificante? Solo del fatto che lo Stato di New York si vuole tirare fuori dal processo. New York non ha ancora ammesso di aver fatto niente di male. Non lo ammetterà mai. Ecco di che cosa sono simbolo questi soldi: "Sparite".

I parenti e gli amici delle guardie ferite e uccise nel cortile di Attica in quel sanguinoso lunedì hanno sostenuto che l’accordo è ingiusto perché queste guardie ferite e uccise non hanno ricevuto niente dallo Stato. Non è questo il punto. Le guardie e le loro famiglie sono state offese e maltrattate tanto quanto i detenuti e le loro famiglie. Non è, e non è mai stato, un aut-aut, o loro o gli altri: sia i detenuti sia le guardie sono stati trattati abominevolmente dallo Stato quando ha aperto il fuoco nel cortile e tutti e due i gruppi dovrebbero ricevere dallo Stato non solo dollari ma anche scuse. I detenuti non dovevano essere fatti oggetto di fuoco indiscriminato dalle forze dell’ordine e nemmeno le guardie. Nessuno sarebbe dovuto morire quel giorno ad Attica. Nessuno.

Attica è stato e rimane un orrore. Lo Stato di New York ha stornato dodici milioni dai suoi miliardi di dollari di sopravanzo di bilancio solo per far sparire un processo federale. Il processo è sparito. Il male che è accaduto il 13 settembre 1971 resterà per sempre un fatto accaduto. Non sparirà mai, a meno che non scegliamo di dimenticare che è accaduto, in quel tempo, in quel luogo, e finché loro non dimenticano che può accadere di nuovo, in qualunque altro tempo, in qualunque altro luogo.